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| Edwood |
La sorpresa sono senz’altro gli
Edwood. Vengono da Brescia, e per me risultavano perfetti sconosciuti, fin quando non decido di dare un’occhiata al loro space, e scopro di averli già aggiunti qualche tempo fa alle mie connessioni. Già autori di due album,
Like A Movement (Fosbury Records, 2004) ed il fantastico
Punk Music During The Sleep (Ghost e Midfinger Records, 2007),
Fausto (synth, tastiere, voce),
Fabio (voce e chitarra),
Michele (chitarra) e
Peter (batteria), operano con i loro strumenti con chirurgica precisione sul palco-lettino della sala (operatoria), iniettando dosi sufficienti di post rock da camera, da ascoltare in intimità, con forti accenti elettronici da farti svenire di piacere. E’un risveglio dopo una lunga degenza, un’alba in cui ancora non si vede la luce ma si avverte che qualcosa sta per spuntare all’orizzonte.
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| Edwood |
Il territorio di riferimento sembra essere la buia Germania dei
Notwist (specialmente in episodi come
The Tube, dove le corde vocali di
Fabio denotano molti geni in comune con
Markus Acher…e la nervosa
Sleep, dove le luci al neon si spengono tra azzeccatissime manovre di synth) e della loro profonda e gelida dolcezza teutonica. Ma anche
Cure e
Smiths hanno un loro posto tra i riferimenti del gruppo. I pezzi del nuovo album sono assolutamente interessanti: dalla splendida
Riot Afternoon, accennata da un soffio di vento nelle prime note, che ti prende in braccio e ti culla, per poi lasciarti solo a camminare nel sogno che alcuni chiamano vita…voce e chitarre sono incisivi e non si nota in particolare alcuna differenza tra la versione live e quella registrata sul disco.
Summer Climax invece contiene un delicato tributo ai
R.E.M. di
Nightswimming,
Spiderland risulta fragile come un cristallo di Boemia tra pericolosi arpeggi, e
People se avesse un video sarebbe una versione dark e notturna di
Bittersweet Symphony dei
Verve, inframezzata da frequenti pause riflessive alla moviola, e del suo sguardo contemporaneo alla (dis)umanità di oggi.
Dopo una breve pausa tocca ai
Jennifer Gentle. La volta precedente li abbiamo solo descritti di sfuggita per cause di forza maggiore, quindi magari adesso ci soffermiamo un po’ di più sulla loro storia: formatisi ad Abbano Terme (Padova), hanno pubblicato all’incirca 6 album. Dopo la breve parentesi della Sillyboy Entertainment, il gruppo viene messo sotto contratto dalla Sub Pop, mitica etichetta di Seattle che ha fatto la storia del grunge, e non solo, negli USA. Per la Sub Pop i
Jennifer Gentle hanno pubblicato
Valende nel 2005 e l’ultimo
The Midnight Room nel 2007, che verrà presentato stasera. La formazione ha comunque perso diversi pezzi per strada: tra i fondatori originari del progetto è rimasto il solo
Marco Fasolo, accompagnato stasera da
Francesco Candura (basso),
Liviano Mos (tastiere),
Andrea Garbo (chitarra) e
Paolo Mongardi (batteria). Ed è proprio
Marco ad avere scritto, suonato e prodotto il nuovo album interamente da solo.
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| Jennifer Gentle |
Questa surreale stanza della mezzanotte si trasforma davanti ai nostri occhi da luogo immaginario in luogo reale, proiettando suoni ed immagini come se si stesse seduti su una poltroncina di un cinema. I pezzi sembrano scritti appositamente per fare da colonna sonora a qualche film d’autore, in un impeto di creatività artistica che non può che lasciare meravigliati. I
Jennifer Gentle sembrano avere una forte predilezione per l’associazione di arti visive e sonore, tipica degli artisti con una elevata propensione verso la psichedelia, elemento necessario per comprendere in profondità la loro musica.
Take My Hand è, come lo definirebbero loro stessi, uno spaghetti rock, misto tra spaghetti western di leoniana memoria e l’alternatività delle soluzioni trovate dalla band: una sensazione buffa ci accende un sorriso sul volto.
The Ferrymen invece è un pezzo che si incastonerebbe alla perfezione in una pièce teatrale ambientata nel moderno medioevo quotidiano, dove il livello di circospezione si fa più elevato, mentre
Electric Princess è sicuramente il pezzo più interessante del nuovo album, un folk-rock trascinato sulle spalle come un sacco pieno di note lungo le strade acciottolate di un’assolata cittadina della entroterra francese.