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La sabbia fina su cui posiamo gli infradito è rossa si, ma non è quella del deserto dell’Arizona; la birra che sorseggiamo è bionda si, ma non è la Sierra Nevada. E le note che provengono dal palchetto un po’ distante dal nostro tavolo non sono frutto del vomito di un juke box scalcinato, ma della chitarra di Antonio Palmieri, del basso di Giovanni Riccio, della batteria di Poz, delle tastiere di Floriano Cardace e della voce (e chitarra) di Giancarlo Muscò. Tutto quanto basta a farci sentire sulle sponde di un Colorado River per una afosa sera crotonese.
Che è in pieno svolgimento quando, il 15 agosto, alla Paranza: la temperatura sale, ma noi incoscienti del pericolo decidiamo di andare a sfidarla a forti dosi di southern rock. Si parte con Acky Breaky Heart di Billy Ray Circus, ma entrano subito in scena i nomi grossi del Rock classico americano degli anni ’70 da Bruce Springsteen agli Eagles, con forti accenti ipnotici grazie alla maestria di Antonio, che già con la Alchemy Band aveva dimostrato ampiamente di saperci fare con la chitarra. La voce di Giancarlo invece subentra di potenza quando il gruppo inizia la lunga serie di omaggi ai Creedence Clearwater Revival (CCR) che tocca i maggiori successi come Have You Ever Seen The Rain, Who’ll Stop The Rain, Bad Moon Rising e Proud Mary. Nel frattempo sale il livello alcolico della serata ed il tifo per Giovanni diventa più accesso, complice anche la presenza di suoi numerosi fan che lo seguono da tempo immemorabile; inoltre la presenza del suo sosia James Tont, qualche giorno fa alla Villa Comunale di Crotone, sembra averlo ringalluzzito un po’ di più. I Colorado dopo aver scaldato i motori concedono al pubblico anche un omaggio ai The Monkeys con I’m A Believer e poi ai Beatles di Come Togheter, dimostrando di avere ampliato abbastanza il loro repertorio. Ma è al country di Bob Dylan che tornano immediatamente con una fantastica riproposizione di Knockin’On Heavens Door, quasi a non poter abbandonare il sabbioso deserto al quale sono ormai affezionati; per concludere con Wild World di Cat Stevens (o meglio, Yusuf Islam, ed adesso fateci scendere dall’aereo anche a noi…), i Kansas (ovviamente) e gli Status Quo. Applausi scroscianti per tutti e complimenti vivissimi che incontrano però un po’ di amarezza dei vari componenti del gruppo per il livello sonoro non eccellente del service e per la difficoltà di suonare un genere non tanto conosciuto ed apprezzato da queste parti: eppure ci sarebbe da ribattere che è Rock classico (Classic Rock), che gente come Dylan e Springsteen, CCR ed Eagles sono ormai monumenti della storia musicale (americana e non) e che se non si conosce tutto ciò è venerdì sera, ed a questo punto sarebbe meglio andare al Tortuga, a sciogliere le trecce ai cavalli. Cosa che puntualmente farò mezz’ora dopo trascinato a forza dai miei amici, ma con ancora in mente le note di Born To Be Wild (The Steppenwolf, 1968), in estrema antitesi con quelle in sottofondo di Born To Be Alive (Patrick Hernandez, 1978). Quanto cambia il mondo della musica, e non solo, in appena 10 anni…
Colorado river live (le riprese sono antecedenti alla serata recensita):