Essì ragazzi. Siamo arrivati alla conclusione delle nostre peripezie, d'oltreoceano. Il gelido freddo degli inverni statunitensi inizia già a farsi sentire, le uscite serali vengono ridotte al minimo e, come gli uccelli migratori, mi preparo a spiccare il volo verso lidi più caldi. Ma prima di abbandonare questo meraviglioso paese, un ultimo viaggio, un ultimo canto del cigno, un finale degno delle migliori conclusioni Vi è riservato.
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| Broken Social Scene |
Rompiamo gli schemi, salutiamo il Black Cat e ci dirigiamo, incuranti delle polemiche sulla sicurezza di DC e delle sue zone malfamate, verso V street, all’altezza della Howard University. Senza giubbino antiproiettile, in solitario come al solito, prendo la metro e scendo alla fermata di U Street, seguo la scia di gente fino al 9:30 Club. L’entrata è un po’spoglia, Simona me ne aveva parlato, ma l’agglomerato di umani là fuori mi fa ben pensare. Pago i 25 $ di entrata (record della mia permanenza statunitense, ma, cacchio, sono i
Broken Social Scene!!!) ed entro in corridoi stretti, ne supero uno, due ed eccomi finalmente nella sala del palco. Wow! Lo spazio è enorme e già gremito di gente. Mi guardo intorno e vedo balconate come nei teatri ed un impianto audio di notevoli dimensioni. Anche il palco, la cui altezza arriva al mio stomaco è spazioso, sicuramente più ampio del Black Cat, e l’atmosfera che si respira è eccellente.
Dopo una mezz’oretta buona di attesa entrano in campo
Kevin Drew (voce e chitarra),
Brendan Canning (basso, chitarra e voce),
Justin Peroff (batteria), i fondatori del progetto
Broken Social Scene. La parola collettivo è forse quella che aderisce meglio alla definizione del gruppo di Toronto: non si può chiamarli gruppo, nella definizione classica poichè sono sempre aperti alla entrata di nuovi membri, una specie di casa dalla porta sempre aperta, dove si festeggia continuamente il party di qualcuno e tutti sono i benvenuti. Questa sera il party è di
Kevin Drew, autore del nuovo album
Spirit If…primo di una serie di album presentati dai
BSS. Lo so è un po’ complicato da capire, ci ho messo un po’ anche io. Si tratta di un progetto solista (ce ne stanno in cantiere altri) che viene sviluppato, ed in questo caso suonato dal vivo, da tutti gli altri membri del collettivo e da ospiti invitati appositamente da
Drew. Per la serie: chi lo ha detto che per fare un progetto solista devo appositamente allontanarmi dai membri del mio gruppo? Fantastico, no?
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| Kevin Drew |
Ed allora tuffiamoci in
Spirit If…Dalla apertura alla chiusura del concerto è un trionfo di emozioni, sussulti, magie e suoni indescrivibili.
Farawell to Pressure Kids, traccia di apertura colpisce per un arrangiamento fresco, ridondante di suoni e decisamente magico. Dietro di me un tizio commenta “How many guitars it needs to perform a good song…”. A fine concerto, dopo averlo conosciuto, mi informa che li ha già visti 23 volte. Cazzo. Ed è assolutamente vero quello che dice sul numero di chitarre. In media sono tre, ma ne ho contate anche quattro contemporaneamente sul palco. La sussurrata
TBTF si incammina sul solco di un sognante indie rock/pop, la ricerca costante dell'album, una gemma di colori, suoni e parole, degna di essere il singolo. Ehi, ma ci stanno anche i
Broken Social Scene! Allora perché non spaziare nell’ampia discografia del gruppo, lanciare la lenza e pescare a caso un diamante qualsiasi?
Cause=Time del mitico
You Forgot It In People. Il primo album che ho comprato dai
BSS fu dovuto alla rabbia cieca di non essere potuto andare a vederli al Circolo a Roma un paio di anni fa. Incazzato come una iena, il giorno dopo mi presentai da Disfunzioni Musicali (pace all’anima sua…). Tornai a casa, ascoltai l’album e mi incazzai ancora di più. Un assolo spaziale, ti tocca le viscere e ti rende vulnerabile a qualsiasi tipo di emozione. Pezzo dopo pezzo il mio umore raggiunge livelli stratosferici: la celestiale
Fucked Up Kid è una camminata nel bianco manto mattutino, ancora fresco per la nevicata della notte. Il sole è limpido, il cielo è azzurro ed il tuo viso è chiaro, pulito, non tradisce sensazioni ma liberami dal male. Amen.
Stars & Sons ha la partenza di un trattore notturno, ma l’incedere di suoni la trasforma fino a mettergli le ali e farla volare per davvero: ci credi ai trattori volanti? No? Ed allora prova a sentire la voce fenomenale
di
Kevin mentre
Brendan, con i suoi occhialini, il suo capello biondo ribelle e le sue movenze feline spara battute a raffica sul palco, soprattutto quando i pezzi dei
BSS iniziano a prendere il sopravvento su quelli di
Drew, come era facilmente prevedibile. E tutto ciò succede soprattutto quando arriva il momento dei pezzi del capolavoro assoluto dei
BSS: l’omonimo 2005. Le prime note di
Superconnected vengono accolte da un’ovazione, il frastuono si alza prepotente da palco: "This is super-connected, It’s time to leave…". Anch'io sono ormai sono superconnesso a questo continente, proprio quando è arrivato il tempo di andare via…Il mio umore invece scende sotto i tacchi quando arriva
It’s All Gonna Break…è tempo di lasciare questo meraviglioso paese, le sue città, le sue persone, la sua amara violenza e la sua infinita gentilezza.
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| Broken Social Scene |
Il ricordo che mi resterà sarà affidato sempre alla magia della musica, perché …“you all want the lovely music to save your lives”...Perché la mente conserva i ricordi, ma questi piano piano sbiadiscono come le fotografie delle macchinette fotografiche tedesche degli anni’70…le linee scompaiono e le persone pure, fin quando non le vedi più e ti domandi “…why are you always fucking ghosts...”…Hai ragione
Kevin ormai mi sto smaterializzando pure io da qui, ma il senso recuperato, diremmo il morale della storia, arriva con l’ultimo pezzo della serata:
When It Begins mi scioglie come un gelato, i dolci accordi della chitarra acustica ed il gioioso ritornello che sembra fermare tutto e riflettere sulla sfuggente esperienza umana racchiusa nella parola vita: “Well, it’s gonna be really hard to get to the end…But don’t forget what you felt….No, don’t forget what you felt…”.
Kevin si avvicina a noi e fa cantare il pubblico, canto pure io per stamparmi col cemento armato queste parole nel cervello. Dopo una standing ovation di 5 minuti buoni in cui resto imbambolato, giro le spalle al palco ed attraverso i corridoi, attraverso l’uscita, attraverso i ricordi, dribblo la gente davanti alla porta ed in notturna mi dirigo verso V street e le strade della capitale.
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| Kevin Drew |
Ecco la fermata finale. Il capolinea delle mie avventure americane, di questa esperienza ed in fin dei conti, un pò di me stesso. Non è nulla di poetico nel senso romantico del termine. La mia fine è solo una semplice fermata della metro, un monolite nero alto un po’ più di me con una M grossa sopra e la scritta bianca “U Street, African American Civil War, Memorial Cardozo”. Niente di più metropolitano di essere inghiottito in una galleria di cemento, con l’ausilio di una scala mobile grigia. E quel tizio con il parka Lambretta colore verde, la macchina digitale in tasca, jeans e le scarpe Gola ormai consumate dalle lunghe marce per vedere concerti di gruppi sconosciuti…mi sembra di riconoscerlo……si, quel tizio lì in lontananza inghiottito dalla notte di DC dovrei essere io…ed allora addio U.S. Closer, e grazie infinite per essere stato….semplicemente…me stesso…