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Bisogna rendersi conto che oramai descrivere un concerto dei Babyshambles è diventata una impresa alquanto impossibile, almeno per me. Si tratta innanzitutto di lanciarsi in una marea di folla umana, resistere ai tanti minorenni accompagnati da papà, vestiti più alla moda del sottoscritto e cercare finalmente un buon posto dove osservare le evoluzioni di Doherty & Co. Fin qui tutto ok, ma il difficile viene dopo.
Più passa il tempo più le serate dei Babyshambles colpiscono per intensità e bravura artistica, show pieni di innumerevoli sfaccettature, impossibili da districare e comprendere appieno. E’come se ci si trovasse davanti all’Angelus architettonico di Millet di Salvador Dalì e si dovesse darne una definizione in qualche riga. Con la differenza che il quadro è in movimento ed è difficile mettere a fuoco gli oggetti. Ma è meglio procedere con ordine…Il giorno: la sera del 1°febbraio 2008. Il luogo: Tendastrisce, posto abbastanza interessante, una serie di tendoni enormi stile circo che dividono lo spazio in varie sale. In apertura ci stanno i Cat Claws, e noi entriamo proprio quando stanno suonando Bob, il pezzo del nuovo album che finalmente i ragazzi ci hanno sfornato: si chiama Magic Powers, uscito per la 42 Records ed ha ricevuto recensioni abbastanza positive. I Cat Claws sono cresciuti enormemente dall’ultima volta che li ho visti: il suono sembra più curato, la voce gordoniana di Lavinia si imprime nella nostra malandata memoria e per i pochi minuti che li osserviamo riescono a dimostrare con naturalezza una certa autenticità ed originalità, scostandosi dai modelli di riferimento e di ispirazione.
Acchiappate le bramate birre (dopo mezz’ora di fila e disorganizzazione dietro il bancone) rientriamo a show dei Cat Claws praticamente concluso. Entrano i Babyshambles che partono a razzo con i primi due pezzi del nuovo album, l’atteso Shotter’s Nation, uscito l’anno scorso per la Parlophone ed immediatamente ai primi posti delle chart nazionali inglesi. Le prime note di Carry On Up The MorningDelivery, brit rock con attitudine punk, singolo di un album non migliore, ma sicuramente più curato del precedente, e che riserva le parti migliori nei passaggi più lenti, dove la poetica di Pete prende il sopravvento sia nei testi che nei suoni: ne è un esempio Unbilo Titled, dolcissima ballata il cui testo fa affiorare un forte sospetto autobiografico, prima della solita svolta fischiettata che ci fa dimenticare Kate. Il “broken hearted” Pete sfoggia nel nuovo album anche strappalacrime Unstookie Titled, ma quella che ci piace di più è senz’altro la tiratissima You Talk, senz’altro la più apprezzata dal pubblico.
Questa volta niente puttanate, niente bottiglie sulla testa di qualcuno, niente aste dei microfoni roteanti, Pete dimostra ciò che sa fare meglio, suonare con una classe impareggiabile che ci fa venir voglia di passare una serata con lui in sala prove, giusto per vedere cosa è capace di fare e dove è in grado di portarti con la sua chitarra. Ecco There She Goes, pezzo da seratina al piano anni’20, ed una ska alla Clash che muove tutto il Tendastrisce. Baddie’s Boogie, che ci introducono verso la parte finale, quello dove Pete sembra ricordarsi di essere sempre imprigionato nella gabbia dorata del suo genio, prende la Union Jack e la lega all’asta del microfono (comunque l’immagine della serata), mentre i pezzi di Down In Albion spuntano fuori come funghi: Albion, Pipedown e la finale Fuck Forever sono catarsi completa, per pulire il campo sonoro dai lamenti precedenti. “Adesso guarda dopo 25 euro se non fanno il bis me li inculo!” è la minaccia di Gabriele… Naturalmente il bis non viene concesso, con nostra delusione per l’assenza di French Dog Blues che stasera ci stava tutta.
Si, se ne fottono di tutti i Babyshambles. E non c’è dubbio che con Shotter’s Nation i ragazzi abbiano completato il proprio repertorio, adesso più ampio e variegato. L’imprevedibilità di Pete resta sempre la chiave di volta del gruppo, anche se chi si aspettava qualcosa che finisse sui tabloid ne è rimasto deluso. Ma forse è vero il contrario, per una volta Doherty non fa parlare di sé per risse, droga, modelle e case di moda. Almeno per una sera Pete ha fatto parlare la sua musica, la sua poesia e la sua anima, sicuramente la parte più originale e genuina di sé, quella che i giornalisti alla ricerca di scoop non riusciranno mai a svelare appieno, perché fuorviati dal grigiore della squallida quotidianità della pruriginosa società contemporanea. Finalmente bravo Pete, per una volta li hai presi tutti in contropiede…
Pete Doerty ,scusate non so come si chiama
comunque è un alcolista che se fatto scappare
quella gran figa di..........scusate mi sfugge il
nome della modella cocainomane in ogni caso.
Poi Pete ha una vocina del caiser che sembra uscirgli
con sforzo dal deterano.