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Obama, un anno dopo Stampa E-mail
Scritto da Closer   
martedì 19 gennaio 2010
ImageDallo spazio dedicato alla politica interna americana, e dall’importanza che essa riveste per il nuovo Presidente degli Stati Uniti, sembrerebbe che la politica estera sia quasi passata in secondo piano con la nuova amministrazione Obama. Non è propriamente così e ciò per due ragioni principali. La prima è che ormai in un mondo globalizzato è difficile distinguere tra azioni di politica interna e mosse di politica estera; la seconda, ed a mia avviso più importante ragione, è che stiamo sempre parlando degli Stati Uniti.
 

Che nonostante la crisi economica e l’emergere di nuove potenze globali, restano sempre la superpotenza (od iperpotenza secondo alcuni analisti) maggiore del pianeta. Ma proprio in base a tale crisi ed al tentativo di ridimensionarne il ruolo, la politica estera americana è e sarà improntata alla limitazione del danno (damage limitations) o dei danni eredità delle scelte precedenti.
Innanzitutto l’avvento di Obama ha comportato la fine dell’unilateralismo su cui si basava l’amministrazione precedente. Con George W.Bush gli Stati Uniti hanno perseguito una serie di obiettivi di politica estera senza tenere spesso conto delle opinioni, od addirittura delle opposizioni, degli alleati e degli altri attori globali. Se infatti la guerra in Afghanistan era stata avvallata dalle Nazioni Unite in seguito all’ondata di emozione derivante dal tragico attentato alle Twin Towers del 2001, non è avvenuto così per l’invasione dell’Iraq del 2003. La presa di Baghdad ed il rovesciamento del regime di Saddam Hussein avvenne infatti senza ottenere il via libera dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Consiglio in cui alcuni dei più importanti alleati di Washington, come Francia e Germania, votarono addirittura contro l’invasione. Anche perché non convinti della false prove apportate dall’allora Segretario di Stato Powell sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq.
Con Barck Obama tale dottrina è stata cancellata. L’importanza dell’ONU, della NATO e delle altre organizzazioni internazionali è stata riaffermata, e gli Stati Uniti hanno iniziato a perseguire una politica di dialogo con i maggiori avversari globali sparsi per il mondo. Basta pensare alla politica della “mano tesa” di Obama all’Iran e dei tentativi di dialogo con Teheran per impedire che il regime degli Ayatollah sviluppi un armamento nucleare.

Hillary Clinton
Hillary Clinton
Basta pensare al discorso de Il Cairo, in cui Obama ha cercato di affermare l’importanza del dialogo con il mondo islamico, mondo che si è sentito sotto attacco durante il periodo di Bush. Oppure alla rinuncia dello scudo spaziale, progetto di reaganiana memoria dai costi esorbitanti  e fortemente avversato dalla Russia, con cui il nuovo Presidente cerca un rapporto più costruttivo sui maggiori temi gloabli. Ed infine alla politica asiatica di Obama. Dal colloquio con il Presidente cinese Hu Jintao, però Obama è tornato a mani vuote. La prevista rivalutazione della moneta cinese non ci sarà e ciò potrebbe in un certo qual modo cambiare l’approccio di Obama alla politica estera. Da una politica di dialogo ad una politica più aggressiva?
E'una politica sicuramente impantanata nelle scottanti sabbie mobili del Medio Oriente. In questa regione del mondo infatti gli sviluppi principali della politica estera di Obama ancora non sono avvenuti. Colpa anche dell'eredità di W.Bush, vale a dire le guerre in Iraq ed Afghanistan. Ma se in Iraq l’exit strategy è stata trovata, grazie anche al lavoro del generale David Petraeus, e si è potuto lasciare il Paese in poco tempo, in Afghanistan la strada per la pacificazione è ancora lunga. E l’Afghanistan (per alcuni anche il Pakistan, ormai stretto in un abbraccio con il suo vicino occidentale definito come AfPak) è una priorità. Lo ha affermato proprio Obama in campagna elettorale ed è costretto quindi a mantenere la sua promessa di sconfiggere i talebani sui due lati della frontiera con il Pakistan. Con queste premesse però la scelta di Obama diviene obbligata: aumentare le truppe USA che combattono nella regione, già peraltro raddoppiate in seguito all’avvento della presidenza un anno fa. E ciò anche su suggerimento del rapporto McCrystahal, che prevede per debellare completamente i Talebani una escalation massiccia per una guerra che in patria sempre più persone iniziano a non comprendere. Nella questione afghana rientra anche la questione iraniana: che può essere considerata anche come altra eredità delle avventura bushiste, in quanto l’emergere della potenza di Teheran e le sue aspirazioni a Stato leader del Grande Medio Oriente derivano implicitamente dalla scomparsa di un Iraq competitivo. Se Obama in un primo periodo ha annunciato la sua mano tesa  Teheran per impedire lo sviluppo di tecnologie nucleari in uno stato il cui Presidente Ahmadinejad minaccia quotidianamente Israele di distruzione, ha anche detto però che il tempo non è infinito. Qualora la situazione non dovesse avere sbocchi, non è detto che l’opzione militare venga scartata, magari subappaltata ad Israele, sempre pronta a premere il grilletto contro Teheran.
Robert Gates
Robert Gates

Ciò su cui l’amministrazione Obama ha deluso molti osservatori è però il conflitto israelo-palestinese. E ciò è tanto più grave in quanto la sutura di questa cicatrice aperta da ormai 60 anni è tanto più necessaria agli occhi del mondo arabo a cui Obama tende la mano. Insomma il discorso de Il Cairo rischia di restare un gran bel discorso ed un esempio illustre di retorica:  ma se con le parole si possono vincere i Nobel è con le azioni concrete che si può raggiungere la pace. E di azioni concrete nella questione palestinese da parte americana ne vediamo veramente poche.
Un ultimo aspetto che ci riguarda da vicino è il rapporto con l’Europa. Da questo punto di vista Obama può essere considerato il primo Presidente post-atlantico della storia degli Stati Uniti. E ciò non solo con riguardo alla sua biografia, ma anche ai nuovi interessi degli Stati Uniti. Ciò può essere un grosso problema per gli Europei, specialmente qualora il loro processo di integrazione e di unità non dovesse procedere con tempi celeri, in quanto l’Europa si troverà alla mercè della Russia da cui dipende già oltre il limite massimo per le fonti energetiche. Se gli Stati Uniti dovessero volgere il loro sguardo verso il Pacifico, l’Europa si troverà in un certo qual modo isolata e sarà la Russia la potenza più vicina con cui doversi relazionare. Con tutta una serie di conseguenze riguardo l’alleanza atlantica e l’allargamento verso est dell’UE.
Da sottolineare il nuovo approccio del neo Presidente nei confronti dell’Italia. L’Italia è stato uno dei punti fermi e dei maggiori alleati dell’amministrazione Bush, e si è spesso insistito sul rapporto di amicizia fraterna tra il Presidente del Consiglio Berlusconi ed il precedente inquilino della Casa Bianca. Il cambio di amministrazione sembra non aver portato particolari sostenitori della causa italiana a Washington, specialmente in considerazione del fatto che il viaggio europeo della campagna presidenziale di Obama ha toccato Berlino, Parigi e Londra, e non Roma. Inoltre le frequenti gaffes del Presidente del Consiglio italiano non hanno fatto altro che irritare la nuova amministrazione americana, che se può soprassedere sul comportamento a volte anomalo di Berlusconi, forse è molto più scettico della special relationship che Roma sta costruendo con Mosca, sia a livello economico-energetico, sia a livello di alleanze internazionali (basta vedere l’amichevole comportamento italiano verso il Cremlino durante la guerra in Georgia dell’agosto 2008). Da quanto detto prima sembrerebbe che l’Italia non sia particolarmente nei pensieri di Barack Obama, e che il suo sguardo già lontano dall’Europa, non sembri che minimamente interessato al nostro Paese.

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