 Un'interessante dibattito sulla crisi idrica, si è
tenuto giovedì 9 novembre presso la Società Italiana per l’Organizzazione
Internazionale (SIOI) nell’ambito di una conferenza sul lancio del Rapporto
annuale sullo Sviluppo Umano del 2006 dello United Nations Development
Programme ovvero Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP),
intitolato “L’acqua tra potere e povertà”. Il sottotitolo recita così:“Come la
fame, la privazione dell’accesso all’acqua è una crisi silenziosa vissuta dai
poveri e tollerata da chi ha le risorse, la tecnologia ed il potere politico di
porvi fine”: insomma, un quadro molto preoccupante.
Numeri
Ho sempre avuto
una avversione particolare per la matematica ed i numeri. Nonostante abbia
fatto il liceo scientifico non sono mai entrato in totale confidenza con questa
materia ed i suoi derivati, al contrario, sono sempre stato attratto, infatti,
dalle persone e dai sentimenti. Giudico i numeri freddi e senza anima, ma certo
non si può non essere d’accordo con il fisico e matematico inglese William
Thomson (dal 1892 Lord Kelvin) quando era solito dire “Quando non possiamo
esprimerla con i numeri, la nostra conoscenza è povera e insoddisfacente”. Ed
allora vediamoli questi numeri: 1,1 miliardi di persone nel mondo non ha
accesso alle fonti idriche; 2,6 miliardi di persone non ha accesso a servizi
igienico sanitari sufficienti; l’85% del 20% della popolazione mondiale
(rappresentata dall’Occidente) ha accesso all’acqua; solo il 25% invece tra i
paesi più poveri; infine circa 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per
assenza di condizioni igienico sanitarie sufficienti (dissenteria). La spesa
pubblica destinata allo sviluppo delle fonti idriche normalmente è inferiore
allo 0,5% del PIL, una cifra ridicola rispetto alle spese militari di molti
Paesi in via di sviluppo: in Etiopia il budget della difesa è 10 volte superiore
a quello destinato alle spese per la gestione delle fonti idriche, in Pakistan
47 volte più alto. Sono numeri assolutamente impressionanti.
Un dibattito su questo tema così scottante e, per alcuni versi, vergognoso, si è
tenuto giovedì 9 novembre presso la Società Italiana per l’Organizzazione
Internazionale (SIOI) nell’ambito di una conferenza sul lancio del Rapporto
annuale sullo Sviluppo Umano del 2006 dello United Nations Development
Programme ovvero Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP),
intitolato “L’acqua tra potere e povertà”. Il sottotitolo recita così:“Come la
fame, la privazione dell’accesso all’acqua è una crisi silenziosa vissuta dai
poveri e tollerata da chi ha le risorse, la tecnologia ed il potere politico di
porvi fine”: insomma, un quadro molto preoccupante.
I partecipanti alla conferenza, del cui indirizzo di saluto si è fatta portavoce Elena
Sciso, Consigliere della SIOI e docente di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Scienze
Politiche della Luiss Guido Carli, hanno tracciato, tutti e senza esclusione,
un quadro molto preoccupante della attuale crisi idrica.
Il Rapporto dell’UNDP
Tra i partecipanti alla Conferenza vi erano anche alcuni esponenti dell’UNDP
stessa, come Giovanni Camilleri e Stefano Pettinato, il primo Coordinatore
presso l’UNDP di Ginevra di ART International (programmi quadro che promuovono
la partecipazione di enti locali come città, province e regioni, alle strategie
di sviluppo locale che l’UNDP appoggia in diversi paesi), ed il secondo invece Programme Manager dell’UNDP. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano è rapporto annuale indipendente, commissionato dall’UNDP
(ed i cui principali autori sono quest’anno, oltre al Direttore dell’Ufficio
per il Rapporto sullo Sviluppo Umano Kevin Watkins, il Ministro del
Tesoro inglese e Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, il Ministro
degli Esteri della Nigeria Ngozi Okonjo-Iweala, il Presidente brasiliano
Lula, l’ex Presidente degli USA Jimmy Carter ed il Segretario
Generale dell’ONU Kofi Annan) ed un utile strumento di lavoro,
necessario per capire a fondo il mondo in cui viviamo e le sfide e le priorità
che esso deve affrontare. Secondo Camilleri
è fondamentale rafforzare il ruolo degli enti locali nell’affrontare il
problema dell’acqua e, a questo riguardo, è emblematico l’indirizzo particolare
impresso dalla politica estera italiana nella ricostruzione in Libano, in
particolare nell’articolazione con gli enti locali libanesi tramite
l’associazionismo: è questa, per Camilleri, la strada maestra da seguire
nella difficile soluzione del problema in questione.
Pettinato si è invece occupato di presentare il
Rapporto stesso nella sua interezza, ribadendo il legame inscindibile tra il
Rapporto sullo Sviluppo Umano, pubblicato annualmente dal 1990, e gli Obiettivi
di Sviluppo del Millennio, 8 finalità che l’ONU si è proposta di raggiungere
entro il 2015 per ridurre la povertà ed il divario economico e sociale tra il
Nord ed il Sud del mondo: tra questi obiettivi l’acqua viene menzionata al
settimo punto sulla sostenibilità ambientale, in cui è espressa la volontà di
ridurre della metà il numero di persone senza accesso all’acqua potabile
necessaria per il sostentamento umano e le attività produttive.
L’”oro blu”
Circa 145 Paesi condividono quelli che vengono definiti
bacini idrici transfrontalieri: bacini imbriferi od idrografici, compresi i
laghi e le falde acquifere superficiali, condivisi da Paesi confinanti. Ed il
numero sta crescendo, soprattutto per via della frantumazione dell’Unione
Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Nel 1978 i bacini internazionali erano 214:
oggi sono 263.
E’ stata spesso riscontrata, in tal senso, durante la
conferenza, la trasformazione dell’acqua in “oro blu”, la cui contesa è fonte
di tensioni internazionali: negli ultimi 50 anni sono stati 37 i casi di
violenza tra Stati per questioni legate all’acqua: tutti questi episodi, tranne
7, si sono verificati nel Medio Oriente. Da questo punto di vista è il popolo
palestinese quello che soffre maggiormente il problema della crisi idrico: infatti,
secondo i dati del rapporto, la popolazione palestinese, metà di quella
israeliana, consuma soltanto il 10-15% dell’acqua che viene consumata in
Israele, mentre in Cisgiordania, nei territori sottoposti all’Autorità
Palestinese, i coloni israeliani usano una quantità di acqua pro capite quasi
nove volte maggiore di quella che usano i palestinesi. Ciò dimostra come il
Medio Oriente sia una delle zone con maggiori tensioni per il controllo
dell’acqua, e le previsioni del Rapporto indicano l’Iran e l’Iraq come i soli
paesi nella regione ad essere al di sopra della soglia che delimita la
situazione di stress idrico; il 90% della popolazione del Medio Oriente e del
Nord Africa invece, da qui al 2025, si troverà a vivere in nazioni con problemi
di carenza idrica. E’ necessaria quindi una migliore cooperazione tra gli Stati
vicini, come dimostra l’esempio dell’accordo del 1994 tra Israele e Giordania,
che consente alla Giordania di immagazzinare le acque di scorrimento invernali
nel lago di Tiberiade, in territorio israeliano, in cambio della possibilità
per Israele di noleggiare una serie di pozzi in Giordania per attingere acqua
da destinare all’agricoltura. Anche India e Pakistan, nonostante due guerre ed
una costante tensione geopolitica, gestiscono congiuntamente da mezzo secolo
bacini idrografici comuni tramite la Commissione idrica permanente per l’Indo e gli
esempi potrebbero allungarsi con l’Accordo di Itapù tra Brasile e Paraguay,
dove si è posto fine ad una disputa di 100 anni. Finanziata in gran parte da
investimenti brasiliani, la diga di Itapù è divenuta una delle più grandi
centrali idroelettriche del mondo, coprendo un quarto del consumo energetico
del Brasile, e svolgendo il ruolo principale di fonte di entrate in valuta
straniera per il Paraguay.
E’quindi la cooperazione nella gestione delle fonti idrica
la soluzione principale per prevenire conflitti in questo settore, in cui,
considerando la sua grande esperienza nella gestione transfrontaliera delle
acque, l’Unione europea, potrebbe fare di più per sostenere lo sviluppo delle
istituzioni delle autorità di bacino, attraverso partenariati con l’UNDP e la Banca Mondiale.
Inoltre sono necessari maggiori finanziamenti per la gestione transfrontaliera
delle acque: dei 3,5 miliardi di dollari in aiuti internazionali spesi per
l’acqua ed i servizi igienico sanitari, meno di 350 milioni sono destinati a
risorse idriche transfrontaliere. Il Rapporto sostiene che i donatori
dovrebbero puntare ad incrementare in modo sostanziale questa cifra: occorre
inoltre responsabilizzare i riceventi degli aiuti, ed in tal senso i Paesi
rivieraschi devono sostenere una parte consistente degli oneri finanziari.
Fornitura pubblica e privata
Il rapporto prende in esame inoltre il dibattito su
fornitura pubblica o privata di acqua, non escludendo la possibilità di una
gestione mista. Di questo argomento si è occupato soprattutto Riccardo
Petrella, nel suo splendido intervento: Petrella è Presidente del
Comitato Italiano per il Contratto Mondiale dell’Acqua, autore de "Il
Manifesto dell'Acqua"(oltre ad essere economista politico, consigliere per la ricerca sociale presso la Commissione Europea
a Bruxelles, professore di mondializzazione presso l'Università Cattolica di Lovanio in
Belgio, insegnante alla "Libera Università di Bruxelles", ed infine
collaboratore di Le Monde Diplomatique).
Sul dilemma tra pubblico o privato, Petrella, senza tanti giri di parole ha
affermato che questo è un falso dibattito, poiché la scelta è già stata fatta
in favore della privatizzazione e della mercificazione, ed ha attaccato le
soluzioni proposte dal rapporto, bollandole come deboli ed inefficaci. La pecca
più grave, per Petrella, è l’assenza nel rapporto dell’UNDP di una
qualsiasi menzione sulle compagnie private multinazionali dell’acqua, che
giocano un ruolo fondamentale nell’accesso alle risorse idriche. Ha
successivamente sottolineato il ruolo primario dello Stato come fonte di
investimenti, ma soprattutto come regolatore e garante dell’equità e
dell’universalità dell’accesso all’acqua. Le esperienze di Argentina, Bolivia,
Filippine e Stati Uniti dimostrano che il settore privato non ha la bacchetta
magica per garantire acqua a tutti, ed a prezzi giusti: questi paesi dimostrano
che anzi è necessaria più cautela, più regolamentazione e più impegno a
garantire l’equità nei partenariati tra pubblico e privato. Il servizio idrico
è comunque dominato da fornitori pubblici, che rappresentano oltre il 90%
dell’acqua erogata attraverso le fonti idriche nei paesi in via di sviluppo e
quindi il dibattito “pubblico contro privato” ha distolto l’attenzione dalla
questione pressante della riforma delle aziende di servizi pubblici: il settore
dell’acqua presenta caratteristiche di un monopolio naturale, ed in assenza di
una forte capacità normativa, atta a proteggere l’interesse pubblico tramite
regole in materia di determinazione dei prezzi e degli investimenti, sussiste
il pericolo di abusi monopolistici. Viene suggerita quindi l’importanza
fondamentale di creare un’autorità di regolamentazione indipendente per
supervisionare l’operato dei fornitori idrici (inclusi gli intermediari) se si
vuole garantire che l’approvvigionamento idrico rispecchi l’interesse generale.
Condizioni igienico sanitarie
E’ sconvolgente inoltre il meccanismo perverso del mercato
globalizzato che comporta un paradosso degno di una tragedia sheaksperiana: i
prezzi dell’acqua sono maggiori nei Paesi poveri che nei Paesi ricchi. Ecco
alcuni esempi: le famiglie povere del Salvador, del Nicaragua e della Giamaica
spendono in media più del 10% del loro reddito per l’acqua, mentre nel Regno
Unito spendere più del 3% del reddito familiare per l’acqua è considerato un
indicatore di difficoltà economiche. Addirittura, nell’ambito di uno stesso
Paese, nelle baraccopoli di Nairobi i poveri pagano un litro d’acqua dieci
volte di più di quanto lo pagano i ricchi che vivono nel centro della stessa
città Questo per una serie di ragioni, tra le quali forse la più importante è
che mentre i ricchi ricevono l’acqua da un unico fornitore, i poveri devono
fare i conti con un’incredibile varietà di rivenditori che prendono l’acqua
dalla fonte municipale e poi la rivendono a prezzo maggiorato ai poveri degli slums,
che non hanno accesso alla rete idrica. Il risultato è che l’acqua erogata
attraverso un rivenditore è spesso 10-20 volte più costosa di quella fornita
dall’azienda pubblica.
E’interessante notare inoltre, afferma Petrella,
che per la prima volta l’ONU riconosce che sono i Paesi poveri a non avere
accesso all’acqua, e riconosce l’esistenza del legame inscindibile tra
condizioni igienico sanitarie e mancato accesso alle fonti d’acqua. Non avere
accesso ai servizi igienico sanitari, in particolare, secondo le parole di Kevin
Watkins, è un modo educato per dire che la gente prende l’acqua per bere,
cucinare e lavare dai fiumi, laghi, fossi e canali di scolo contaminati da
escrementi umani ed animali. Il Rapporto dimostra inoltre che l’efficacia del
sistema di smaltimento dei liquami umani è uno dei fattori determinanti per la
sopravvivenza infantile in tutto il mondo: in base ai dati raccolti, basta
installare in casa un gabinetto con sciacquone per aumentare di quasi il 60% le
chances di un bambino peruviano di superare il primo anno di età.
L’obiettivo fondamentale è quello di fare dell’acqua un
vero diritto umano (non solo scritto), in grado da garantire il raggiungimento
di un obiettivo minimo di almeno 20 litri di acqua pulita al giorno per ogni
cittadino; è necessario fornire inoltre lo stesso bene a titolo gratuito agli
individui più in difficoltà nei Paesi in via di sviluppo che siano troppo
poveri per pagare, oltre ad elaborare strategie nazionali per l’accesso alle
fonti ed ad i servizi igienico-sanitari, dando maggiori poteri a comunità e
soggetti locali. Bisogna aumentare gli aiuti internazionali ed introdurre un
Piano di Azione globale, con un ruolo attivo da parte dei Paesi del G8, per
concentrare gli sforzi, ora frammentati, sulla mobilitazione delle risorse, ed
insieme, per galvanizzare l’azione politica dando all’acqua una posizione centrale
nell’agenda per lo sviluppo. Il rapporto insiste sulla necessità di reperire
finanziamenti, sostenere il ricorso a mercati di capitali locali da parte dei
governi dei paesi in via di sviluppo e potenziare la capacità di agire. La
creazione di un Piano di Azione Globale, soprattutto, svolgerà la funzione di
punto focale per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica ed il Rapporto
indica come specifico riferimento il Fondo Globale per la lotta all’Aids, la
tubercolosi e la malaria, diretto da un piccolo segretariato con una burocrazia
ridotta al minimo.
Cambiamenti climatici e crisi idrica
La crisi idrica che sta sconvolgendo il Sud del mondo è
orami andata oltre la scarsità, (intesa non come scarsità fisica, poiché le
risorse idriche globali sono sufficienti per tutti: solo il 5% dell’acqua
esistente è utilizzata per il consumo umano), mentre preoccupa, e non poco, la
scarsità futura dell’acqua dovuta al deterioramento ecologico, causato
dall’inquinamento. Questo è il senso dell’intervento finale di Patrizia
Sentinelli, Vice Ministro degli Affari Esteri con delega alla Cooperazione,
che ha affermato che i governi non possono non prendere in considerazione tale
rapporto e lancia l’allarme sulla stretta relazione tra cambiamento climatico,
manifestatosi tramite surriscaldamento globale e desertificazione, e scarsità
di acqua. Sono i contadini poveri quelli che devono fronteggiare una crisi
idrica potenzialmente catastrofica per effetto della combinazione dei
cambiamenti climatici e della competizione per le ormai scarse risorse idriche:
ed il lago d’Aral rappresenta al meglio la nocività dell’inquinamento e,
soprattutto, la mancanza di cooperazione nella gestione delle acque
transfrontaliere. La deviazione delle acque di questo lago operata per mezzo
secolo per sostenere la coltivazione di cotone, tramite anche un inefficiente
sistema irriguo, ha strangolato il Lago d’Aral, che all’epoca era il quarto
lago più grande al mondo, mentre dagli anni’90 in poi riceve meno di un decimo
del flusso idrico precedente, ed a volte non riceve proprio acqua. La scomparsa
del lago è stata una conseguenza che ha comportato una catastrofe sociale ed
ambientale: gli abitanti delle province di Qyzylorda, nel Kazakistan, di
Dashovouz, nel Turkmenistan, e di Karakalpakstan nell’Uzbekistan, ricevono
acqua contaminata da fertilizzanti e prodotti chimici, inadatta al consumo
umano od all’agricoltura ed in tali regioni i tassi di mortalità infantile sono
arrivati in alcune regioni a 100 decessi ogni 1000 nati vivi, mentre il 70% degli
1,1 milioni di abitanti del Karakalpakstan soffrono di malattie croniche
(disturbi respiratori, febbre tifoide, epatite e tumore dell’esofago). Altro
esempio: oggi, nel Kenya nord-orientale, 3 milioni di persone rischiano la fame
per le siccità. Intere comunità pastorali hanno visto assottigliarsi greggi e
ricchezze, diventando sempre più vulnerabili a qualsiasi rischio futuro. I
violenti scontri per l’acqua tra contadini e pastori sono diventati sempre più
comuni, mentre il PIL del Paese è diminuito del 16% tra il 1998 ed il 2000, a causa della
siccità. I costi economici complessivi probabilmente sono molto più alti,
perché queste cifre non tengono conto degli effetti della malnutrizione, della
riduzione degli investimenti nell’agricoltura e della perdita di investimenti
nell’industria.
I cambiamenti climatici minacciano di intensificare
l’insicurezza idrica a livelli mai visti prima. Anche in presenza di un accordo
per attenuare le emissioni di carbonio attraverso la cooperazione
internazionale (Kyoto), i tanto temuti cambiamenti climatici sono ormai quasi
inevitabili, e le conseguenze più gravi le subiranno, sempre per quel tragico
paradosso, i Paesi e le persone che non sono responsabili del problema. Secondo
i dati del Rapporto, alcune zone dell’Africa sub-sahariana dovranno affrontare
perdite del raccolto del 25% per colpa dei mutamenti meteorologici determinati
dai cambiamenti climatici globali; contestualmente, l’accelerazione dello
scioglimento dei ghiacci e la diminuzione delle precipitazioni minaccia
importanti sistemi alimentari dell’Asia meridionale.
Fino a questo momento gli sforzi per aiutare i Paesi
poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici sono stati, secondo le parole del
Rapporto “terribilmente inadeguati”.I Paesi in via di sviluppo hanno visto
diminuire gli aiuti all’agricoltura dal 12 al 3,5% del totale degli aiuti dai
primi anni’90 ad oggi, ed il Fondo per l’adattamento, collegato al protocollo
di Kyoto, secondo le previsioni attuali riuscirà a mettere in campo solo 30
miliardi di dollari circa da qui al 2012, mentre il Fondo globale per
l’ambiente – il principale meccanismo multilaterale per l’adattamento – ha
stanziato 50 miliardi di dollari a sostegno delle attività di adattamento fra
il 2005 ed il 2007.
Numeri o persone?
Secondo alcuni dei relatori presenti, esistono dei beni
comuni da sottrarre all’economia di mercato, e questi sono acqua, terra ed
energia. L’appropriazione privata di
beni pubblici comuni fondamentali, secondo le parole del coordinatore della
Conferenza Pierluigi Sullo, Direttore Responsabile del
settimanale “Carta”, promotore di Attac Italia, per oltre vent'anni al Manifesto, quotidiano di cui è stato direttore
editoriale, non è idonea a migliorare la situazione. Sullo, in particolare, si
è felicitato dell’assenza nel programma dell’Unione al governo in Italia della
privatizzazione di un servizio pubblico essenziale come l’acqua ma ha espresso
grande preoccupazione sull’assenza di dati su tre Paesi come Somalia, Iraq ed
Afghanistan, in cui, secondo le sue acute parole, “l’esportazione della
democrazia non è coincisa con l’esportazione delle scienze statistiche”.
Bisogna infine mettere al centro della discussione su tali
temi le persone, e non l’economia, e porre l’accento sulla priorità della lotta
alla miseria ed alle disuguaglianze nell’agenda politica; politica che diverse
volte non ha espresso la volontà di risolvere tali problemi. E’ questo il senso
dell’intervento di Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della “Tavola
della Pace”, anch’egli presente al dibattito.
I numeri, dicevamo all’inizio, fanno impressione. Ma
ricordiamoci che non sono solo “numeri”. Dietro ogni “numero” si nasconde una
persona, un singolo essere umano come noi, che soffre per la mancanza di un
bene essenziale come l’acqua. Acqua che, dopo tutte le analisi effettuate, non
è una risorsa limitata, ma è stata fatta diventare tale.
Si ringrazia l'Ufficio Stampa del Comitato
Italiano per l'UNICEF per la gentile concessione delle
foto.
Links
http://www.undp.org/
http://www.sioi.org/
http://www.esteri.it/ita/index.asp
http://www.contrattoacqua.it/public/journal
http://www.carta.org/
http://italia.attac.org/spip/
http://www.tavoladellapace.it/
http://www.amicidelmondo.it/?page=2002_diritto_acqua
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